Sunday, June 25, 2017

Canzoni della buona speranza

E ci sono state le lacrime e c’è stata una stella cadente che ha attraversato il cielo aprendosi in due. E ci sono state preghiere e c’è stata consolazione e redenzione. C’è stato che solo ieri sera mi sono accorto che hai due anni soltanto meno di me (portati solo un filo meglio…) e allora solo ieri sera ho capito una cosa di cui non mi ero mai accorto, ho capito cosa mi aveva sempre dato fastidio, impaurito, allontanato da te. Che siamo della stessa generazione io, te, Kurt, Chris, ma mi facevate troppa paura, per cui me ne stavo alla larga. Usavo la scusa dei gusti musicali, ma in fondo ero morbosamente attratto da voi e dal vostro male. Perché era lo stesso mio male. Generazione X senza saperlo, figli di un boom economico falso, violento, spacca famiglie. Ognuno di noi cresciuto in quegli anni 60 è stato lasciato solo. Certo che tu o Kurt avete passato una adolescenza peggio della mia, che pure è stata devastante. E allora ieri sera ho capito che la nostra strada si è finalmente incrociata e ti ho riconosciuto. “Aveva un diavolo su una spalla e uno sull’altra, che le dicevamo, fuma, bevi, sniffa, scopa. Io avevo un diavolo che mi diceva solo fuma, bevi, bevi e fuma. Poi un giorno a Milano ho incontrato un angelo che mi ha detto: amami”. E la tua vita è cambiata, perché noi abbiamo sempre solo avuto bisogno di qualcuno che ci amasse, mendicanti dell’amore, mendicanti di una mano tesa.
Allora la bottiglia di vino stasera è solo una scusa per fare un sorso e brindare “A questo santo patrono della vostra città che non ho mai sentito nominare” e poi anche un sorso di birra e un “vaffanculo” come dire: ma sì stasera è festa grande e fatemi fare lo stupido. Non come tre anni fa che eri sempre attaccato alla bottiglia. Solo un sorso di vino e birra.
Si capisce dal primo istante quando ti si illuminano gli occhi: “E’ la prima volta che suono da solo davanti a tante gente (50mila persone)… Solo in Italia succedono queste cose…”. E si capisce che sarà una serata speciale, diversa da ogni altra.
E ci sono state le lacrime quando alla fine di Black continuavi a ripetere al tuo amico Chris Cornell “come back come back” fino a quando la voce ti si è spezzata in un singhiozzo e gli occhi colmi di lacrime. E c’è stata una meraviglia quando alla fine di Imagine, per una volta apparsa non come la banalità buonista spazzatura come è stata ridotta, ma come un desiderio davvero sincero in questi tempi che ci ammazzano i figli ai concerti quando una stella cadente ha attraversato il cielo e si è spezzata in due punte di fuoco, una per Chris e una per John. E una per tutti noi, che davvero possa arrivare la pace. “Io sono uno, voi siete tanti, ma siamo tutti insieme tutti una cosa sola”. E’ stato un segno, lanciato da Qualcuno lassù che è sembrato dire: la strada è questa, the long road”, mandando la sua benedizione.
“Stasera c’è la luna crescente, ma non si vede, però c’è. E’ come Dio: c’è ma non si vede... forse”. Perché hai voluto condividere tanta intimità con noi?
Da solo con una chitarra elettrica strapazzata alla morte per le più feroci canzoni del tuo gruppo (e quello sguardo, anche se hai fatto pace con il tuo demone del fumo e del vino, sempre allucinato, lo sguardo di un killer, lo sguardo dell’allucinazione, che riemerge ogni volta che canti una di quelle canzoni scritte nella disperazione della nostra generazione, fa ancora paura), con l’acustica per pagare pegno ai nostri maestri, da “Uncle Neil” a Cat Stevens ai Pink Floyd (maltrattta ugualmente...)
Insieme a un busker di Dublino, alla fine, a cantare insieme “society have mercy on me if I disagree…”, abbiate di pietà di chi non riesce a tenere il passo di questa società della follia e della morte, due mondi diversi che si mischiano. Lui un busker dell’amore implorato, e della misericordia, tu un busker punk, ma come cazzo siete uguali mentre spaccate ogni corda delle vostre chitarre.



E che sei un uomo umile, un uomo buono, lo si capisce quando, a differenza di tutti i tuoi colleghi, per il momento climax della serata in cui scendi in mezzo al pubblico invece di cantare una canzone tua ne fai una di Glen Hansard, la canzone della buona speranza, come un augurio, come un abbraccio: “And I know where you've been
It's really left you in doubt
Of ever finding a harbor
Of figuring this out

And you're gonna need
All the help you can get
So lift up your arms now
And reach for it
And reach for it”


Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile, alza le tue braccia e raggiungilo: condividere è il segreto, unire invece che dividere, abbracciare invece che scansarsi, accettare il nostro limite e andare avanti giorno per giorno, che tutto è una benedizione.
Così la nostra generazione troverà pace. Grazie dell’insegnamento, forse risparmierò qualche soldo in psicanalisi. Grazie dell’amore. Grazie delle lacrime. E grazie della musica. Perché ci vuole il rock'n'roll per tenerci la mente sana e lontana dal dolore e dalla paura che avremo sempre dentro di noi, e allora vai di mulinello alla Pete Townshend e poi salya, salta sugli amplificatori. Ma va bene anche l’ukulele.


Wednesday, June 07, 2017

“Canta, o Musa, e attraverso me narra la storia”

"Highbrow, lowbrow, chasing illusion, chasing death, the great white whale, white as polar bear, white as a white man, the emperor, the nemesis, the embodiment of evil. The demented captain who actually lost his leg years ago trying to attack Moby with a knife…".

La voce di Bob Dylan scorre profonda e melodiosa, con un ritmo incalzante e cadenzato, con battiti precisi, come se stesse leggendo una poesia e non un discorso. La sua voce è così: è ritmo, è musica, è il vecchio schiavo fuori della capanna dello Zio Tom che intona il blues senza accompagnamento strumentale, è l'ebreo errante che legge i salmi nelle sinagoghe di tutto il mondo, è il soldato sudista lacero e sconfitto dopo la guerra civile, è Omero che recita l'Odissea, è il contadino hillbilly seduto tra le rovine della sua fattoria al tempo della grande depressione.



L'abbiamo sentita, la voce di Bob Dylan, cantare le sue canzoni, canzoni che spesso sono "raccontate" più che cantate. Questa è la sua voce, che canti o che parli. Una voce mistica, vecchia come è vecchio il mondo. Provate a metterci sotto una base ritmica elettronica, sentirete l'unico vero rapper al mondo che declama e non ferisce le orecchie andando fuori tempo. D'altro canto il primo brano autenticamente hip hop lo scrisse lui, un bianco del Minnesota, nel 1965, Subterranean Homesick Blues. La sua voce è rock'n'roll allo stato puro, ma è anche William Shakespeare che legge passi dell'Amleto ai suoi attori.

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Monday, April 24, 2017

Glory Days

Happy days well they'll pass you by
Happy days in the wink of a young girl'eyes


Negli anni 70 avevamo: Le strade di San Francisco (con un giovanissimo Michael Douglas e il celeberrimo Karl Malden, l'attore che impersonava il sacerdote nel capolavoro Fronte del porto e che aveva vinto un Oscar due anni prima interpretando sempre con Marlon Brano Un tram chiamato Desiderio); Starsky & Hutch (anche se in realtà in Italia cominciò a essere trasmesso nel 1979) e Happy Days.

Se il primo era già per un pubblico un po' più adulto, le immagini di San Francisco furono comunque abbastanza per farci cominciare a sognare l'America, mentre il secondo ci faceva rimpiangere un'America già passata di moda, quella dei pantaloni zampa di elefante, e quella Los Angeles ci appariva contemporaneamente un mondo troppo lontano dalla nostra realtà provinciale italiana. Ma Paul Glaser e David Soul erano davvero fighi, così fuori dalle righe, da farceli sognare.



Con Happy Days invece, benché si svolgesse in un'America lontanissima e inimmaginabile, quella dei primissimi anni 60, c'eravamo dentro tutti. Andata in onda per la prima volta in America nel 1974, nel pieno del revival per quei tempi innocenti e pieni di speranza riportati alla ribalta dal film capolavoro American Graffiti uscito l'anno prima e in cui recitava anche Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days, era il naturale prosieguo di quel film.

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Friday, April 14, 2017

Love & Hate

When you're lost in the rain in Juarez when it's Easter time, too and your gravity fails and negativity don't pull you through


Dove c'è amore c'è odio, dove c'è ammirazione, c'è antagonismo, dove c'è fiducia c'è sospetto. Amore e odio sono la consistenza del nostro io e del modo in cui conosciamo e apprendiamo il mondo. Sono indipendenti, ma solo nel senso che non puoi avere l'uno senza l'altro, ma anche perché uno nutre l'altro. Il modo in cui amiamo qualcuno dipende da come lo odiamo e viceversa. Questa modalità fa parte di noi fino dentro a ogni singola cellula del nostro corpo. Questo vale anche per il modo in cui guardiamo e sentiamo noi stessi: ci amiamo e ci odiamo. In questo modo noi osserviamo, calcoliamo e respiriamo. La gran parte del nostro tempo la spendiamo a criticare noi stessi e gli altri.


Ci facciamo un male incommensurabile, ci mutiliamo e godiamo a vederci sanguinare in modo tale che non possiamo neppure immaginare una vita diversa. Così ogni mattina quando ci svegliamo aspettiamo la nostra dose quotidiana di insoddisfazione, ogni giorno non sarà mai quello che vorremmo che fosse, perché lo abbiamo già deciso noi. Ci rassegniamo, nella nostra viltà, a sprofondare con godimento nella rassegnazione di un cinismo senza sbocchi e senza fine. In questo modo passeremo la vita a punirci, perché è quello che ci rende corazzati, vittime supreme, indelebili a qualunque proposta la vita ci faccia. E dopo? L'autodistruzione. Felicità, infelicità, e la prigione che ci siamo imposti. Null'altro conta. Di una cosa sola era certo: la sua propria inadeguatezza.
Chiuso il libro, appoggiato sul comodino, messi via gli occhiali, spenta la luce, chiuse gli occhi. Mentre i fantasmi come ogni sera si radunavano attorno al suo letto.

Saturday, November 12, 2016

Death of a ladies' man

E' una giornata di sole oggi a Los Angeles. D'altro canto a Los Angeles c'è sempre il sole. L'anziano signore, sempre elegantemente vestito, sobrio ma con cura, si gode quei raggi caldi nel piccolo giardino della sua modesta abitazione. Il lusso e quel genere di cose non l'hanno mai interessato più di tanto.
Era cresciuto sì in una grande e bella casa del quartiere ebraico, uno dei più signorili di Montreal in Canada, ma nella vita si era abituato sempre allo stretto necessario. Fin da quando poco più che ventenne aveva vissuto in una stanzetta fredda e minuscola a Londra, per scrivere il suo primo romanzo.
Oggi a Los Angeles è una bella giornata, ma lui sente una inquietudine strana, un dolore sconosciuto. Non si preoccupa più di tanto. Ha sempre convissuto con il dolore, la malinconia e la tristezza e alla fine ha capito che sono le cose che danno gusto alla vita: "C'è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce". La sofferenza per troppo amore. Ogni tanto sorseggia una tazza di caffè nero, si accende anche una sigaretta. Quando aveva smesso di fumare, più di vent'anni fa, con una battuta aveva detto: "Ricomincerò a 80 anni". Era il suo classico umorismo ebraico, in realtà voleva dire che a 80 anni non ci sarebbe mai arrivato. Aveva sempre aspettato la morte nel corso della sua vita. Aveva flirtato con lei, l'aveva derisa e l'aveva implorata, specie quando la depressione si era fatta forte e devastante tanto che i suoi musicisti lo avevano soprannominato "Capitan Mandrax", dall'anti depressivo che prendeva a dosi massicce quando era in tour, per darsi la forza di salire sul palco e cantare, lui uomo discreto, riservato e umile. Una volta, in Israele, mentre cantava So Long Marianne era scoppiato in lacrime e aveva interrotto il concerto. Poi gli era venuta una idea assurda: un intero tour negli ospedali psichiatrici, qualcosa che nessuno aveva e avrebbe mai fatto. Non sapeva più come era venuta fuori quell'idea, forse perché lui con quella gente si trovava in sintonia più che con quelli che stavano fuori dei manicomi.



"Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome non è Leonard Cohen" aveva scherzato quando era stato celebrato alla Rock'n'roll Hall of Fame qualche anno prima, davanti a quel Jon Landau che con quelle parole aveva lanciato un vero rocker, Bruce Springsteen. Già, lui non era mai stato parte di quel circo, pensava.

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Friday, October 21, 2016

I diari del Cala

Chiariamo subito. Esistono i liguri della costa est e quelli della costa ovest. I primi sono dei signori, abitano tra Genova (la superba, in tutti i sensi) e le cinque terre (premio Nobel alla bellezza). In mezzo ci stanno località come Portofino, Sestri Levante e naturalmente Chiavari, dove sono cresciuto io - sono nato giusto dall'altra parte del ponte, a Lavagna, ma sulle tracce di Dante Alighieri, che per dispetto la cancellò dalla sua Commedia, l'ho attraversato ben presto).
Sulla costa ovest ci stanno i liguri più sfigati. Loro hanno le spiagge (noi no), e per questo si devono sorbire milioni di milanesi e torinesi che si fiondano da loro ogni weekend intasandone strade e spiagge. Da noi c'è il turismo vip: Berlusconi ad esempio parcheggiava il suo yacht nel porto di Lavagna e Roberto Vecchioni aveva una casa a Sestri Levante, a cui dedicò anche una canzone quando un bagnino del posto andò a letto con la moglie. Mica stiamo a pettinare le bambole noi.
Ma abbiamo una cosa in comune. Siamo tutti malmostosi. Anche quelli come me e Il Cala che di origine non siamo liguri (vi sembrano cognomi liguri Calandriello e Vites?), ma abbiamo respirato la malmostosità a pieni polmoni appena in fasce. Belìn, quanto siamo permalosi, incazzosi e grebani. Il Cala poi da quando si è messo a scrivere libri è diventato lo scrittore più letto a casa mia. Moglie e figlie che hanno sempre ignorato i miei libri, i suoi se li divorano e ridono un casino. Questo mi fa girare il belino ancora di più, considerando che è pure gobbo.
Però, anche se mi gira il belino, devo ammetterlo: il Cala sa scrivere. Ha fatto ridere anche me.
"I diari della varicella" li ho divorati in mezz'ora (tranqui, non sono molte pagine, adesso non esageriamo).


Me and Il Cala, malmostosi e con borsello scacciafiga


I malmostosi hanno qualcosa in più, hanno un X Factor che gli altri non hanno. Sono realisti. Fin troppo. Si accorgono di cose che gli altri non vedono neanche. Per questo sono sempre così incazzati. Non sono mai soddisfatti e non si accontentano di quello che a tutti gli altri basta per sopravvivere. Noi vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso. Il Cala è così.
Ha uno sguardo che va al fondo, vede tutto, lo digerisce e poi lo descrive con autoironia straordinaria. Nei "Diari della varicella" si tratta della vita di famiglia, con due bambine ("le sorelle catarro" mi fa morire), le piccole fatiche quotidiane del crescerle, la sindrome di Münchhausen che colpisce tutti gli uomini, credersi malati per attirare le attenzioni su di sé e aumentare a dismisura i propri malanni perché in fondo siamo dei cagasotto ("del resto 37,4 è un febbrone da cavallo no?").
"Scusa, Ameri, i diari del calcetto" (pubblicato adesso anche questo su cartaceo e con una parte inedita in più rispetto alla precedente edizione e-book) tocca un argomento più delicato, la passione per il calcio. Il Cala è juventino e avrei già detto tutto. Ma anche qui ironia, simpatia, gusto del bello sono profusi a piene mani. E ci si commuove anche quando racconta del massacro dell'Heysel, vissuto alla televisione ancora da ragazzino e che lo ha segnato. E' la "perdita dell'innocenza" come la chiama lui, e tocca a tutti prima o poi.
In questi due libri ci siamo dentro tutti, è questo che li rende speciali, perché noi non lo sapremmo dire in modo altrettanto onesto e divertente.
Anche se Il Cala quando giocava lo mettevano sempre in porta, come si fa con i più scarsi, quando scrive è tra i migliori. Perché noi liguri siamo malmostosi, ma abbiamo il cuore grande. Anche se non sembra.

(tutti e due i libri Matisklo Edizioni; ovviamente meglio il cartaceo dell'e-book, come sono meglio i vinili dei cd e i cd sono meglio degli mp3)

Friday, October 14, 2016

Poems In Naked Wonder

E' un afoso giorno di giugno del 1970. Nell'aria solo il frinio delle cicale, fastidioso e inquietante come solo è il verso delle cicale. Una lussuosa limousine arranca verso la prestigiosa università di Princeton, dove per la prima volta verrà concessa una laurea in musica, honoris causa, a un cantautore rock. Dentro, oltre all'autista, ci sono due delle più famose rock star al mondo e la moglie di uno di loro. Uno dei due si appresta a ricevere la laurea. Non sembra molto entusiasta. Anzi. Tornerà a casa infastidito a tal punto da scrivere subito una velenosa canzone su quella giornata: "As I stepped to the stage to pick up my degree the locusts sang off in the distance... I glanced into the chamber where the judges were talking darkness was everywhere, it smelled like a tomb... I was ready to leave, I was already walkin’ I put down my robe, picked up my diploma... Took hold of my sweetheart and away we did drive Straight for the hills, the black hills of Dakota... sure was glad to get out of there alive…". Felice di essere uscito vivo da lì, da Princeton.

Bob Dylan è il primo cantautore rock il cui lavoro viene riconosciuto da una università americana. Quello del 9 giugno 1970 è un momento storico, Ad accompagnarlo l'amico David Crosby che letteralmente lo spinge sul palco al momento della consegna. E' l'incontro/scontro tra due mondi, quello accademico della cultura ufficiale e quello dell'allora controcultura, di cui Bob Dylan è considerato dai giovani di tutta America la voce più forte e influente. Anche gli accademici se ne rendono conto tanto che nel discorsetto di premiazione dicono: “Anche se tutti sanno che non gradisce la notorietà e le situazioni pubbliche e sebbene si stia avvicinando alla pericolosa età dei 30 anni, Bob Dylan rimane l’autentica espressione della turbata e impegnata coscienza della giovane America”. In effetti il cantautore ha 29 anni e a quei tempi era d'uso dire: “Non fidarti di chi ha più di 30 anni”. A 30 anni si era vecchi e si apparteneva all'establishment.


Contro accademici, professori e ceto medio borghese Dylan aveva scritto canzoni taglienti e piene di disprezzo: “You've been with the professors and they've all liked your looks... with great lawyers you have discussed lepers and crooks You've been through all of F. Scott Fitzgerald's books... you're very well-read, it's well-known” (Ballad of a Thin Man).Erano due mondi in collisione.

Nei decenni successivi il palmares del cantautore si sarebbe riempito oltremisura di premi e onorificenze, da quello Oscar per la miglior canzone da film, nel 2001, a un'altra laurea honoris causa nel 2004 concessa questa volta dalla più antica e celebre università scozzese, la St Andrews (nelle foto dell'evento lo si vede letteralmente addormentato in mezzo a professori e accademici), al Premio Kennedy, la più importante onorificenza americana all'arte e alla cultura, data a Dylan dalle mani di Barack Obama, dalla Legione d'onore francese ("drogato e pacifista non può meritarla" protestò un generale) al Neustadt International Prize for Literature, a un Pulitzer alla carriera. E ancora: il National Book Critics Circle Awards per la sua autobiografia, (Chronicles; insieme a Tarantola, l'unico libro mai scritto dal cantautore) e ancora il Premio Principe di Asturias con la motivazione che “la canzone e la poesia della sua opera crea scuola e determina l’educazione sentimentale di milioni di persone”.


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Wednesday, August 03, 2016

Hey mr. deejay woncha hear my last prayer

"I can't say that I'm sorry for the things that we done at least for a little while, sir me and her we had us some fun", non posse dire che mi dispiace di quell che abbiamo fatto, almeno per un po', signore, io e lei ci siamo divertiti.
Una grande canzone è quella che è in grado di superare la collocazione temporale del momento in cui viene scritta e pubblicata. Restare attuale cioè anche se l'argomento è circoscritto a un particolare episodio. Quasi mai l'autore è consapevole che una determinata canzone potrà avere questo risultato, essa nasce come particolare esigenza di un preciso sentimento vissuto dal suo autore che, quando è onesto verso il suo lavoro, diventa solo lo strumento espressivo di qualcosa che si impone per essere comunicato. Nel suo caso Springsteen lo ha descritto perfettamente: "Le mie canzoni conoscono me più di quanto io conosca me stesso".
Di fronte alla strage continua e apparentemente senza senso che accompagna questo luglio rosso (di sangue) Nebraska di Bruce Springsteen chiede di emergere dagli anfratti del tempo e con autorità si impone come chiave interpretativa di quel qualcosa che è il "male". Come sempre nel caso di un grande disco, esso verrà a bussare nel momento che esso lo ritiene più opportuno. Un ascolto antico, quasi rimosso, nello scaffale delle cose scontate improvvisamente cadrà da quello scaffale per farsi raccogliere d irti, anche più di trent'anni dopo: ascoltami, io sono qui per essere ascoltato.



E' impossibile, leggendo e ascoltando quei versi messi a inizio di questo articolo, non vedere davanti a noi le facce dei ragazzini che stanno insanguinando l'Europa: "Io e lei ce ne andammo a fare un giro, signore, e dieci persone innocenti sono morte (…) ho ucciso ogni cosa che ho incontrato". A questo livello, l'altro, l'alterità e la sua morte sono un fastidio da togliersi di dosso come una zanzara nella calura estiva. Ma procura anche "divertimento" di fronte all'assenza di significato che la vita è diventata. Non si è più nemmeno in grado di distinguere quello che è bene o male: abbiamo ucciso, ma almeno per un po' ci siamo divertiti. Potrebbe dirlo qualunque tagliagole dell'esercito del califfato islamico, là in Siria e in Iraq.
Ai ragazzi di origine algerina o tunisina o afgana, per qualche curioso effetto che oltrepassa la nostra volontà, si sovrappone improvvisamente il volto di Charles Raymond "Charlie" Starkweather, autore, tra il 21 e il 29 gennaio 1958 di dieci omicidi (il 30 novembre 1957 aveva già ucciso un'altra persona) in un caso di furia omicida durato circa due mesi, mentre si spostava in fuga dal natio Nebraska al Wyoming accompagnato dalla fidanzata 14enne Caril Ann Fugate.



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Wednesday, July 20, 2016

Words, between the lines of ages

Vabbè, vedi questa masnada di ragazzini salire sul palco e pensi: ma che è, si è portato dietro i vincitori di American Idol o di X Factor? Quando però partono a suonare resti a bocca aperta e, tanto per dirne una, un amico fa: perché in Italia non esistono bassisti come questo? I Promise of the Real sono un gruppo pazzesco, da qualunque parte li giri. I due fratelli Nelson, Lukas e Micah, sono due chitarristi straordinari, il bassista Corey McCormick uno stantuffo instancabile dal cuore hard rock, il batterista Anthony Logerfo essenziale e scatenato quando ci vuole. Per la cronaca, a parte Danny Whitten e ovviamente Stephen Stills, è la prima volta nella sua carriera che Young si porta dietro un chitarrista solista, Lukas, intrecciando così duelli di chitarra che abbiamo sognato solo sui solchi di Four Way Street.
L'iniezione di energia che ha portato questa band ha giovato moltissimo al 71enne canadese, un po' come fece Paul McCartney quando cominciò ad accompagnarsi a musicisti della metà dei suoi anni e anche meno. E dovrebbe servire da esempio ad altri colleghi coetanei o giù di lì.
Il concerto assomiglia per certi versi a quello che il canadese portò agli Arcimboldi nel 2008 (che per il sottoscritto rimane il suo migliore in Italia di sempre, anche perché aveva con sé gente come lo scomparso Ben Keith che aveva suonato con lui tutta la vita, ricreando perfettamente le atmosfere di un disco come Times Fades Away e nella parte acustica tirando fuori gemme come Ambulance Blues o Journey Through the Past).



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Monday, July 04, 2016

Una tazza di caffè, pane tostato integrale e un piattino di olio d'oliva

Patti Smith vive da sola a New York. Il marito è morto ormai da anni e i figli sono grandi, ognuno per la sua strada. Patti Smith vive in un appartamento di due piani nel disordine più totale, tra oggetti accumulati da una vita da cui non sa privarsi, alle calze spaiate e alla ciabatta singola che trova difficoltosamente sotto al letto. L’altra chissà dove sarà. Con lei un paio di gatti e un cagnolino.

Tutte le mattine si infila un cappello di lana, un cappotto consunto, un paio di scarponi e attraversa il viale fino a Bedford Street per raggiungere il Cafè ‘Ino uno dei tanti locali del Greenwich Village. Qui beve tazze di caffè nero, mangia pane integrale tostato che immerge in un piattino pieno di olio. Ha un tavolo che è sempre il suo perché è sempre la prima ad arrivare alle nove di mattina. A volte però lo trova occupato, allora entra in bagno con un libro da leggere, aspetta dieci, quindici minuti finché il cliente se ne va e prende possesso del suo angolino: “Mi dà un senso di riservatezza dentro al quale mi ritiro in un’atmosfera tutta mia”. A volte il cliente non ne vuole sapere di andarsene: “Come suo, ha prenotato il tavolo?”. Lei con il suo berretto di lana e il cappotto sgualcito se ne sta in piedi come un bambino a cui hanno portato via il gioco preferito. “Be’ no, ma è il mio tavolo preferito” prova a protestare. “Era seduta qui? Non c’è niente sul tavolo e lei ha il cappotto addosso”. Fosse stato un episodio dell’Ispettore Barnaby l’avrebbero trovata strangolata in un dirupo dietro a una canonica abbandonata, pensa Patti.


E’ infatti una grande amante dei telefilm polizieschi, il suo tempo libero lo passa a guardarseli tutti, dice che i detective sono come gli scrittori in cerca di indizi da raccontare. “Non te la stai prendendo un po’ troppo per un tavolo d’angolo?”. A parlare era il mio Grillo Parlante interiore. “Oh va bene” ho detto. “Possano le piccole cose del mondo riempirla di gioia”. “Bene bene” ha commentato il grillo. “E possa restare prigioniera di una quantità di roba da riempirci un magazzino, senza cibo, acqua né cellulare”. “Me ne vado ha concluso la mia coscienza”. “Anche io” ho concluso e sono uscita".

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Wednesday, June 22, 2016

You can't stop us on the road to freedom

“Faccio musica da uno spazio introverso per un business estroverso”. Così disse alcuni anni fa Van Morrison nel corso di una intervista con la Bbc. Poco sappiamo, o niente, del travaglio che significa essere un performer, di quello che c'è dietro e dentro quelle figure che vediamo su un palcoscenico, a cui chiediamo tutto e da cui ci aspettiamo tutto. Quelle facce che abbiamo visto centinaia di volte sulla copertina di un disco, amato, idolatrato e magari anche poi schifato. Cosa ne sappiamo veramente di loro? Nulla. Solo qualche indizio colto qua e là e che pochi sanno cogliere, mentre egoisticamente divoriamo la loro carne.
Dichiarazioni colte qua e là in anni recenti, quando questi personaggi raggiunta una certa età hanno cominciato ad aprirsi, hanno svelato solo in parte quel terrore dell’esibizione, perfettamente descritto da The Band nel brano Stage Fright (paura del palcoscenico) che accompagna persone che in quanto artisti nella gran parte soffrono di personalità fragili, contradditorie, a volte depresse. La paura del palcoscenico ha distrutto carriera - e vita di numerosi straordinari artisti, uno su tutti Nick Drake. Ma ne ha salvate molte altre.
Negli anni 90, con una carriera decennale costellata di successi, Van Morrison scrisse un brano che si intitolava “Underlying Depression” che si potrebbe tradurre con “depressione sottostante, nascosta”: “Depressione nascosta, devo strisciare nella mia stanza, depressione nascosta non ne voglio sapere della luna in giugno (“moon in june” è il classico verso che defniva le canzoncine d'amore, nda), fuori c’è una cavalcata di clown che mi fanno sentire giù di morale (…) devo fare qualche concessione quando ogni cosa va bene, devo contare le benedizioni, mi aiutano a superare la notte, nella mia vita c’è amore quanto ci sono problemi e conflitti e una depressione nascosta”. Convivere con uno stato di depressione.




Leonard Cohen ci ha vissuto per quasi cinquant’anni della sua vita: “La depressione è stato un problema per tutta la mia vita e ho provato, come tutti, i diversi modi di trattarla. Sai, la droga, le donne, l'arte, la religione ... si tenta di tutto .... Beh, sai, c'è depressione e depressione. Nel mio caso depressione non è solo il blues, la tristezza. Non è proprio come il giorno dopo una sbornia del fine settimana ... oppure la ragazza che aspettavi e non si è presentata o qualcosa del genere, non è così. Il mio è stato un caso di depressione acuta. Si tratta di un tipo di violenza mentale che fa smettere di funzionare correttamente da un momento all'altro. Si perde qualcosa da qualche parte e improvvisamente si sta in preda a una sorta di angoscia del cuore e dello spirito". Guarito improvvisamente a oltre 70 anni di età, sul palcoscenico, scherzando, diceva: “Da allora ho preso un sacco di Prozac, Paxil, Wellbutrin, Effexor, Ritalin, Focalin, ... ho anche studiato profondamente le filosofie e le religioni, ma finalmente l'allegria ha sfondato la porta”.


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Canzoni della buona speranza

E ci sono state le lacrime e c’è stata una stella cadente che ha attraversato il cielo aprendosi in due. E ci sono state preghiere e c’è sta...