Wednesday, December 13, 2017

Sunday, November 19, 2017

Sympathy for the Lord

"Non puoi combattere la musica gospel. Non puoi combattere una Messa di Beethoven, o l'altezza delle guglie di una cattedrale. Non esiste una canzone che dica: Vieni avanti ateo! Non puoi vincere"
(Randy Newman)


Chi è buono e chi è cattivo? Puoi davvero servire un padrone solo, che sia il diavolo o il Signore? O piuttosto sarà una battaglia lunga tutta la vita, dentro e fuori di te, con il sangue dell'Agnello ai piedi della croce, che a volte si avvicina e altre volte si allontana?
Alla fine resterai come il predicatore, a predicare nella chiesa vuota e abbandonata, fino a lasciarti andare su una panca, scuotendo la testa sconsolato?
Bob Dylan aveva portato sui palcoscenici di mezzo mondo questa lotta sovrumana. Più che un predicatore intenzionato a salvare il mondo, il cantante aveva fatto quello che aveva sempre fatto: mettere a nudo su un palcoscenico davanti a migliaia di persone la sua umanità incerta come ogni passero che cade, come ogni granello di sabbia. Lui, e quella banda di fuorilegge e quelle donne bellissime, nessuna chiesa dall'Alabama alla Virginia li avrebbe mai fatti entrare a esibirsi. No, perché facevano paura. Era evidente che in mezzo a loro c'era un ospite indesiderato. Lucifero. Quei concerti, più che una liturgia gospel, furono qualcosa come un ascensore per l'inferno: potevi entrarci ma non sapevi se ne saresti uscito vivo.
In questo cofanetto ogni cd si apre con una sinuosa, serpeggiante, viziosa versione di Slow Train che ti entra sottopelle e ti possiede, non ti molla più, che incredibilmente suona sempre diversa, la migliore delle quali resta quella provata in studio con i fiati, una orchestra tuonante e senza pietà, che Dylan dovette lasciare a casa perché avere le coriste e anche i fiati era troppo costoso per un tour così inaspettato nel suo contenuto che non si sapeva neanche se la gente sarebbe andata a vederlo. Ci andarono, in massa, perché mai musica fu suonata così in grazia di Dio. E del diavolo.
Quello che strappa la pelle alle ossa in queste performance, lo si trova quasi tutto nel primo cd, che contiene esecuzioni da ognuno dei tre anni di gospel tour. When You Gonna Wake Up, come venne suonata quella sera ad Oslo nel 1981, è qualcosa che nessuno, in quel periodo storico, poteva fare. Comincia con le sole tastiere a sorreggere un Dylan apparentemente disperato, sconsolato, che implora, poi entra tutta la band e le coriste ed è un bing bang, è un sabba rock'n'roll come nessuno poteva neanche immaginare di sfiorare in quei giorni, né gli Stones, né Springsteen, nessuno dei sopravvissuti coetanei a Dylan. E' furia selvaggia, è un ritmo torrenziale secco e incalzante dettato dalla chitarra di Tackett che batte il tempo sincopato e funk, dal basso poderoso dello scatenato Drummond, dalla batteria che rulla implacabile alzando ill ritmo e da un Dylan realmente posseduto. E' ferocia allo stato puro. Poi per l'ultimo ritornello il tempo si fa ancora più veloce e chi gli sta dietro a questi qua? Ai tempi dicevano, "eh be' canta canzoni reazionarie e noiose e poi fa anche un R&B gospel standard, senza vita, vecchio".
Accade di nuovo in Saved e Solid Rock, in quest'ultima la lotta sul palco fra Dio e satana è più evidente che mai, quando la corista esplode due urli in successione che vogliono spaventare il cantante, quasi osceni: è posseduta. Chi avrebbe voluto in una chiesa questa banda di angeli e diavoli, di apocalisse e di ira di Dio? Accade tutto nel momento e quando il cantante si siede al piano come lo si vede nel dvd per cantare una magnificente e impressionante When He Returns, tutti i pezzi del puzzle cadono ai suoi piedi: non ha mai cantato così bene in vita sua, non lo farà mai più. Sono incalzato dalla chiamata del Signore, e allora non resta che prendere in mano la rosa che la ragazza sotto al palco gli offre, accennare leggermente col capo e scomparire nei corridoi dietro al palco. Non c'è pace e non c'è conforto, quest'uomo è nato per combattere la guerra della vita, solo.



Ma c'è un incantevole angolo di purezza e di rassicurazione, di gentilezza e di perdono. E' nascosto in mezzo alle mille gemme di questo cofanetto e potrebbe passare inosservato. Una chitarra acustica che fa strumming su e giù per le corde, le voci del cantante e della cantante un po' indietro, in una sala che immaginiamo buia e mal microfonata. Cantano una melodia antica come il mondo, alternandosi nelle strofe e poi unendosi insieme. Avrebbe potuto inciderla Elvis, e infatti lo fece, poco prima di morire. E' tale la perfezione e la purezza del canto, che vorresti metterti in ginocchio e pregare e lasciare che Rise Again scorra per sempre senza sosta nella tua notte più oscura, Perché è una luce quella che accende.

Tuesday, November 07, 2017

The king will walk in Tupelo!

Euchrid Eucrow è tornato dall'inferno, è uscito dalle acque fangose di Tupelo, si è innalzato su ogni tragedia e ha battezzato il mondo. L'angelo Beth ha avuto pietà di lui: The King will walk on Tupelo!
"Tutto noi in un certo senso siamo in lutto, se non per noi stessi per il mondo. La cosa più bella per me, quella che mi ha cambiato, quella che mi fatto venire fuori da quel posto terrificante è stato capire che in questo ci siamo dentro tutti assieme. È la vita. L’ho capito a un livello profondo quando sono tornato a suonare dal vivo dopo la morte di mio figlio. Mi sono letteralmente sentito salvato dal pubblico. Questo tour è come una comunione di massa. È qualcosa di straordinario. Non sono mai stato parte di un tour come questo. È qualcosa di religioso".

Così è stato. Il reverendo Nick Cave ha voluto dimostrare che si può risorgere anche dalle tragedie più orrende, un padre non dovrebbe mai sopravvivere a un figlio, e ha invitato tutti a fare altrettanto. Dall'inizio alla fine è stato un continuo cercare le mani degli spettatori, ci ha guardati tutti fissi negli occhi come dire: ora tocca a te. Poi il reverendo è sceso a camminare in mezzo alla gente, si è lasciato toccare, abbracciare e baciare. Ha alzato le mani in alto al cielo e ci ha benedetti. E' arrivato addirittura a scambiare un calzino con una spettatrice/spettatore.



E' stato il rito purificatore più grande della storia del rock, il giorno dopo che un folle aveva massacrato la folla di fedeli che era andata alla messa della domenica, il reverendo si è stagliato alto contro tutto il male del mondo. Che cosa rende possibile tutto questo? Lo ha dimostrato nel finale, quando con un centinaio di persone sul palco, fra tutti quelli (e quelle) che poteva scegliere, ha preso un metallaro a torso nudo e l'ha stretto forte al suo cuore mentre lui chiudeva gli occhi come un bambino e gli ha detto, e ci ha detto: "some people say it’s just rock and roll, oh but it gets you right down to your soul". Per tutti noi reietti della società che l'altra sera eravamo lì, è quanto basta e anche di più. Alla fine anche Stagolee ha pianto.

The King will walk on Tupelo!

Thursday, August 17, 2017

Can't help falling in love with you

Morire sulla tazza del gabinetto non è esattamente una morte da re. Morire perché da giorni non riesci ad evacuare, e lo sforzo è tale da procurare un arresto cardiaco, rimanendo disteso sul pavimento del bagno per molto tempo perché nessuno si accorge di quello che sta succedendo non è una morte da re. Ma fu questa, così banale, la morte di un re, quello del rock'n'roll, Elvis Presley.

In mano gli resta il libro che stava leggendo, (The Scientifc Search For The Face Of Jesus di Frank Adams). In quei suoi ultimi giorni portava al collo una croce, una stella di davide e una mezza luna islamica. Non si sa mai, scherzava, meglio essere pronti per qualunque Dio ci aspetti. Ginger, la sua fidanzata è a letto, sono circa le otto del mattino ed Elvis non ha chiuso occhio come sempre, ingoiando sonniferi e medicinali vari tutta la notte. Alle 19 di quel 16 agosto ha un aereo che lo aspetta per portarlo a Cleveland dove comincerà un'altra serie infinita di concerti, cosa che lui odia. E' annoiato a morte di quella manfrina che sono diventati i suoi concerti. Tutti uguali, le stesse canzoni, i grandi successi che il suo pubblico, di mezza età anche loro, gli ex ragazzini che lo adoravano negli anni 50 ormai diventati ricchi borghesi della midlle class vogliono sentire. E lui che si deve vestire sempre come un cretino, con tanto di mantello. Perché lui è il re, del rock'n'roll.



Sono circa le due del pomeriggio quando Ginger lo scopre a pancia in giù nel bagno. La corsa in ospedale è inutile: alle 15 e 30 viene dichiarato morto. Accanto a lui c'è il dottor Nick, un medico senza scrupoli (esattamente come quello che lasciò morire Michael Jackson) che lo segue dal 1970, lo ha fatto diventare una discarica chimica. Nel solo ultimo anno di vita, otto mesi, gli ha prescritto diecimila dosi di medicinali: eccitanti per tirarsi su, sonniferi per scendere giù. Elvis aveva problemi di ipertensione, un’arteriosclerosi coronarica, danni al fegato. C'è chi dice che avesse anche problemi al colon ma che avesse rifiutato di farsi operare per vergogna.


CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Sunday, July 23, 2017

Rockin' all the way down to Italy

Poteva essere una cantina da qualche parte tra Juarez (ma non era il giorno di Pasqua) e il Rio Grande. Il cortile interno di un vecchio edificio ottocentesco pieno di piante, erbe rampicanti, birra a fiumi e vino bianco ghiacciato. Poteva essere il Texas, poteva essere ed è stata una serata magnifica. Dopo una settimana passata fra ospedali, centri di riabilitazione, a vomitare il sangue che usciva copioso, appena tolto il tappo, dal buco nero della mia esistenza, in mezzo a lutti e a domandarsi perché la musica non può, non sa alla fine, salvare l'anima dei più disperati, come ha detto Springsteen, "la vita non è che una tragedia intervellata da momenti di gloria".
Così è stato l'altra sera a Gallarate, nient'altro che una cantina nascosta tra Varese e Milano, tra Lubbock e Austin, un momento di gloria, da incassare e custodire gelosamente per il resto della nostra tragedia quotidiana, in modo che la vita faccia meno male possibile.


Francesco D'Acri, uno dei pochi cantautori italiani capace con solo una chitarra acustica, di attirare l'attenzione e tenerla desta con un mix di dolcezza (la versione tenerissima con cui ha aperto la serata di Seaf of Heartbreak) e il rock'n'roll furioso di Portami a ballare, ha tenuto fuori ogni tristezza di plastica della canzone d'autore italiana, quell'indie fasullo costruito a tavolino senza coraggio e senza alcun contenuto originale che abbaglia i ragazzi di oggi.
Quando poi sono entrati in scena Luca Rovini e i suoi Companeros, è stata una scossa elettrica di purissimo rock'n'roll che da Tom Petty si ricongiunge a Dough Sahm, Merito dello straordinario chitarrista americano Peter Bonta (ex Nighthawkes, i corrispondenti americani dei Nine Below Zero, la miglior bar band da Washington DC a San Francisco, capace di jammare con chiunque, anche con Gregg Allman come successe una sera di fine anni 70, e poi accompagnatore e produttore di dozzine di grandi nomi, uno per tutti Mary Chapin Carpenter) con il suo tocco ora raffinatissimo che lega tutto insieme, ora con i suoi assoli dall'imprinting country al blues, al rock più rotolante e vibrante. In mezzo una sezione ritmica basso e batteria precisa come un metronomo, mai fuori delle righe, pulsante e capace di alzare e calmare il climax come onde di oceano.
E naturalmente Luca Rovini, autore di ballate cristalline dalla vena melodica classica ma originalissima, che in veste rock'n'roll guadagnano un altro aspetto: sempre puro, sempre onesto, ma così incalzanti da non lasciare prigionieri.


E finalmente si svela quello che in Italia si insegue da decenni sempre sfiorandolo ma mai riuscendoci fino in fondo: può un italiano fare musica rock? Sì, se sono Luca Rovini e questa band. L'inserimento di un musicista americano fa il tasso di differenza, ma le canzoni sono italianissime (niente inglese, please), le storie sono le nostre, cuori spezzati e migranti rifiutati, la voce è rotonda ma incazzata. Il risultato è un mix perfetto che oggi qua da noi non ha paragoni.
Il divertimento e le lacrime si mischiano, tutti i presenti, anche chi venuto a cenare senza sapere chi si sarebbe eseguito o se si sarebbe eseguito qualcuno, si fermano ammutoliti ad ascoltare. Non è il solito bar dove ognuno si fa i cazzi suoi, e un motivo ci sarà. E dopo essersi ammutoliti girano le sedie verso chi sta suonando e non perdono una canzone, si agitano sulle sedie, ballano, si esaltano. Quando mai lo vediamo nella noia dei nostri bar da happy hour da poveracci?
La musica vola in alto, tra blues serrati e magnifiche ballate rock, e adesso siamo davvero a Juarez, and it's Easter time too.
Quando poi Peter Bonta prendeo la chitarra acustica, regalandoci un brano inciso dai Nighthawks nel 1978 e che Nils Lofgren, qualche anno dopo fece sentire a Rod Stewart che decise immediatamente di inciderlo l'anello è completo. Non siamo più americani, non siamo più italiani, siamo gente di musica, e per questo benedetti in ogni angolo del globo.
E ieri sera giuro che ho visto ridere contento sotto i baffi l'unica persona che tutti aspettavamo giungere da un momento all'altro: era lì, appoggiato al muro insieme a Townes Van Zandt, Guy Clark, Rick Danko. Perché questo era quello il posto dove bisognava esserci. Insieme all'ultimo hobo, Carlo Carlini, Dio lo benedica, a cui Rovini ha dedicato l'omonima canzone da lui scritta.
La musica è un momento di gloria in mezzo a una tragedia, ma fino a quando ci saranno gente come D'Acri e Rovini in giro da qualche parte, io ci sarò. Ho bisogno di serate di gloria. Chi invece nella stessa serata invece ha preferito andare altrove, buon per lui. Ci ha perso soltanto lui.

Sunday, June 25, 2017

Canzoni della buona speranza

E ci sono state le lacrime e c’è stata una stella cadente che ha attraversato il cielo aprendosi in due. E ci sono state preghiere e c’è stata consolazione e redenzione. C’è stato che solo ieri sera mi sono accorto che hai due anni soltanto meno di me (portati solo un filo meglio…) e allora solo ieri sera ho capito una cosa di cui non mi ero mai accorto, ho capito cosa mi aveva sempre dato fastidio, impaurito, allontanato da te. Che siamo della stessa generazione io, te, Kurt, Chris, ma mi facevate troppa paura, per cui me ne stavo alla larga. Usavo la scusa dei gusti musicali, ma in fondo ero morbosamente attratto da voi e dal vostro male. Perché era lo stesso mio male. Generazione X senza saperlo, figli di un boom economico falso, violento, spacca famiglie. Ognuno di noi cresciuto in quegli anni 60 è stato lasciato solo. Certo che tu o Kurt avete passato una adolescenza peggio della mia, che pure è stata devastante. E allora ieri sera ho capito che la nostra strada si è finalmente incrociata e ti ho riconosciuto. “Aveva un diavolo su una spalla e uno sull’altra, che le dicevamo, fuma, bevi, sniffa, scopa. Io avevo un diavolo che mi diceva solo fuma, bevi, bevi e fuma. Poi un giorno a Milano ho incontrato un angelo che mi ha detto: amami”. E la tua vita è cambiata, perché noi abbiamo sempre solo avuto bisogno di qualcuno che ci amasse, mendicanti dell’amore, mendicanti di una mano tesa.
Allora la bottiglia di vino stasera è solo una scusa per fare un sorso e brindare “A questo santo patrono della vostra città che non ho mai sentito nominare” e poi anche un sorso di birra e un “vaffanculo” come dire: ma sì stasera è festa grande e fatemi fare lo stupido. Non come tre anni fa che eri sempre attaccato alla bottiglia. Solo un sorso di vino e birra.
Si capisce dal primo istante quando ti si illuminano gli occhi: “E’ la prima volta che suono da solo davanti a tante gente (50mila persone)… Solo in Italia succedono queste cose…”. E si capisce che sarà una serata speciale, diversa da ogni altra.
E ci sono state le lacrime quando alla fine di Black continuavi a ripetere al tuo amico Chris Cornell “come back come back” fino a quando la voce ti si è spezzata in un singhiozzo e gli occhi colmi di lacrime. E c’è stata una meraviglia quando alla fine di Imagine, per una volta apparsa non come la banalità buonista spazzatura come è stata ridotta, ma come un desiderio davvero sincero in questi tempi che ci ammazzano i figli ai concerti quando una stella cadente ha attraversato il cielo e si è spezzata in due punte di fuoco, una per Chris e una per John. E una per tutti noi, che davvero possa arrivare la pace. “Io sono uno, voi siete tanti, ma siamo tutti insieme tutti una cosa sola”. E’ stato un segno, lanciato da Qualcuno lassù che è sembrato dire: la strada è questa, the long road”, mandando la sua benedizione.
“Stasera c’è la luna crescente, ma non si vede, però c’è. E’ come Dio: c’è ma non si vede... forse”. Perché hai voluto condividere tanta intimità con noi?
Da solo con una chitarra elettrica strapazzata alla morte per le più feroci canzoni del tuo gruppo (e quello sguardo, anche se hai fatto pace con il tuo demone del fumo e del vino, sempre allucinato, lo sguardo di un killer, lo sguardo dell’allucinazione, che riemerge ogni volta che canti una di quelle canzoni scritte nella disperazione della nostra generazione, fa ancora paura), con l’acustica per pagare pegno ai nostri maestri, da “Uncle Neil” a Cat Stevens ai Pink Floyd (maltrattta ugualmente...)
Insieme a un busker di Dublino, alla fine, a cantare insieme “society have mercy on me if I disagree…”, abbiate di pietà di chi non riesce a tenere il passo di questa società della follia e della morte, due mondi diversi che si mischiano. Lui un busker dell’amore implorato, e della misericordia, tu un busker punk, ma come cazzo siete uguali mentre spaccate ogni corda delle vostre chitarre.



E che sei un uomo umile, un uomo buono, lo si capisce quando, a differenza di tutti i tuoi colleghi, per il momento climax della serata in cui scendi in mezzo al pubblico invece di cantare una canzone tua ne fai una di Glen Hansard, la canzone della buona speranza, come un augurio, come un abbraccio: “And I know where you've been
It's really left you in doubt
Of ever finding a harbor
Of figuring this out

And you're gonna need
All the help you can get
So lift up your arms now
And reach for it
And reach for it”


Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile, alza le tue braccia e raggiungilo: condividere è il segreto, unire invece che dividere, abbracciare invece che scansarsi, accettare il nostro limite e andare avanti giorno per giorno, che tutto è una benedizione.
Così la nostra generazione troverà pace. Grazie dell’insegnamento, forse risparmierò qualche soldo in psicanalisi. Grazie dell’amore. Grazie delle lacrime. E grazie della musica. Perché ci vuole il rock'n'roll per tenerci la mente sana e lontana dal dolore e dalla paura che avremo sempre dentro di noi, e allora vai di mulinello alla Pete Townshend e poi salya, salta sugli amplificatori. Ma va bene anche l’ukulele.


Wednesday, June 07, 2017

“Canta, o Musa, e attraverso me narra la storia”

"Highbrow, lowbrow, chasing illusion, chasing death, the great white whale, white as polar bear, white as a white man, the emperor, the nemesis, the embodiment of evil. The demented captain who actually lost his leg years ago trying to attack Moby with a knife…".

La voce di Bob Dylan scorre profonda e melodiosa, con un ritmo incalzante e cadenzato, con battiti precisi, come se stesse leggendo una poesia e non un discorso. La sua voce è così: è ritmo, è musica, è il vecchio schiavo fuori della capanna dello Zio Tom che intona il blues senza accompagnamento strumentale, è l'ebreo errante che legge i salmi nelle sinagoghe di tutto il mondo, è il soldato sudista lacero e sconfitto dopo la guerra civile, è Omero che recita l'Odissea, è il contadino hillbilly seduto tra le rovine della sua fattoria al tempo della grande depressione.



L'abbiamo sentita, la voce di Bob Dylan, cantare le sue canzoni, canzoni che spesso sono "raccontate" più che cantate. Questa è la sua voce, che canti o che parli. Una voce mistica, vecchia come è vecchio il mondo. Provate a metterci sotto una base ritmica elettronica, sentirete l'unico vero rapper al mondo che declama e non ferisce le orecchie andando fuori tempo. D'altro canto il primo brano autenticamente hip hop lo scrisse lui, un bianco del Minnesota, nel 1965, Subterranean Homesick Blues. La sua voce è rock'n'roll allo stato puro, ma è anche William Shakespeare che legge passi dell'Amleto ai suoi attori.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Monday, April 24, 2017

Glory Days

Happy days well they'll pass you by
Happy days in the wink of a young girl'eyes


Negli anni 70 avevamo: Le strade di San Francisco (con un giovanissimo Michael Douglas e il celeberrimo Karl Malden, l'attore che impersonava il sacerdote nel capolavoro Fronte del porto e che aveva vinto un Oscar due anni prima interpretando sempre con Marlon Brano Un tram chiamato Desiderio); Starsky & Hutch (anche se in realtà in Italia cominciò a essere trasmesso nel 1979) e Happy Days.

Se il primo era già per un pubblico un po' più adulto, le immagini di San Francisco furono comunque abbastanza per farci cominciare a sognare l'America, mentre il secondo ci faceva rimpiangere un'America già passata di moda, quella dei pantaloni zampa di elefante, e quella Los Angeles ci appariva contemporaneamente un mondo troppo lontano dalla nostra realtà provinciale italiana. Ma Paul Glaser e David Soul erano davvero fighi, così fuori dalle righe, da farceli sognare.



Con Happy Days invece, benché si svolgesse in un'America lontanissima e inimmaginabile, quella dei primissimi anni 60, c'eravamo dentro tutti. Andata in onda per la prima volta in America nel 1974, nel pieno del revival per quei tempi innocenti e pieni di speranza riportati alla ribalta dal film capolavoro American Graffiti uscito l'anno prima e in cui recitava anche Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days, era il naturale prosieguo di quel film.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Friday, April 14, 2017

Love & Hate

When you're lost in the rain in Juarez when it's Easter time, too and your gravity fails and negativity don't pull you through


Dove c'è amore c'è odio, dove c'è ammirazione, c'è antagonismo, dove c'è fiducia c'è sospetto. Amore e odio sono la consistenza del nostro io e del modo in cui conosciamo e apprendiamo il mondo. Sono indipendenti, ma solo nel senso che non puoi avere l'uno senza l'altro, ma anche perché uno nutre l'altro. Il modo in cui amiamo qualcuno dipende da come lo odiamo e viceversa. Questa modalità fa parte di noi fino dentro a ogni singola cellula del nostro corpo. Questo vale anche per il modo in cui guardiamo e sentiamo noi stessi: ci amiamo e ci odiamo. In questo modo noi osserviamo, calcoliamo e respiriamo. La gran parte del nostro tempo la spendiamo a criticare noi stessi e gli altri.


Ci facciamo un male incommensurabile, ci mutiliamo e godiamo a vederci sanguinare in modo tale che non possiamo neppure immaginare una vita diversa. Così ogni mattina quando ci svegliamo aspettiamo la nostra dose quotidiana di insoddisfazione, ogni giorno non sarà mai quello che vorremmo che fosse, perché lo abbiamo già deciso noi. Ci rassegniamo, nella nostra viltà, a sprofondare con godimento nella rassegnazione di un cinismo senza sbocchi e senza fine. In questo modo passeremo la vita a punirci, perché è quello che ci rende corazzati, vittime supreme, indelebili a qualunque proposta la vita ci faccia. E dopo? L'autodistruzione. Felicità, infelicità, e la prigione che ci siamo imposti. Null'altro conta. Di una cosa sola era certo: la sua propria inadeguatezza.
Chiuso il libro, appoggiato sul comodino, messi via gli occhiali, spenta la luce, chiuse gli occhi. Mentre i fantasmi come ogni sera si radunavano attorno al suo letto.

Saturday, November 12, 2016

Death of a ladies' man

E' una giornata di sole oggi a Los Angeles. D'altro canto a Los Angeles c'è sempre il sole. L'anziano signore, sempre elegantemente vestito, sobrio ma con cura, si gode quei raggi caldi nel piccolo giardino della sua modesta abitazione. Il lusso e quel genere di cose non l'hanno mai interessato più di tanto.
Era cresciuto sì in una grande e bella casa del quartiere ebraico, uno dei più signorili di Montreal in Canada, ma nella vita si era abituato sempre allo stretto necessario. Fin da quando poco più che ventenne aveva vissuto in una stanzetta fredda e minuscola a Londra, per scrivere il suo primo romanzo.
Oggi a Los Angeles è una bella giornata, ma lui sente una inquietudine strana, un dolore sconosciuto. Non si preoccupa più di tanto. Ha sempre convissuto con il dolore, la malinconia e la tristezza e alla fine ha capito che sono le cose che danno gusto alla vita: "C'è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce". La sofferenza per troppo amore. Ogni tanto sorseggia una tazza di caffè nero, si accende anche una sigaretta. Quando aveva smesso di fumare, più di vent'anni fa, con una battuta aveva detto: "Ricomincerò a 80 anni". Era il suo classico umorismo ebraico, in realtà voleva dire che a 80 anni non ci sarebbe mai arrivato. Aveva sempre aspettato la morte nel corso della sua vita. Aveva flirtato con lei, l'aveva derisa e l'aveva implorata, specie quando la depressione si era fatta forte e devastante tanto che i suoi musicisti lo avevano soprannominato "Capitan Mandrax", dall'anti depressivo che prendeva a dosi massicce quando era in tour, per darsi la forza di salire sul palco e cantare, lui uomo discreto, riservato e umile. Una volta, in Israele, mentre cantava So Long Marianne era scoppiato in lacrime e aveva interrotto il concerto. Poi gli era venuta una idea assurda: un intero tour negli ospedali psichiatrici, qualcosa che nessuno aveva e avrebbe mai fatto. Non sapeva più come era venuta fuori quell'idea, forse perché lui con quella gente si trovava in sintonia più che con quelli che stavano fuori dei manicomi.



"Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome non è Leonard Cohen" aveva scherzato quando era stato celebrato alla Rock'n'roll Hall of Fame qualche anno prima, davanti a quel Jon Landau che con quelle parole aveva lanciato un vero rocker, Bruce Springsteen. Già, lui non era mai stato parte di quel circo, pensava.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Friday, October 21, 2016

I diari del Cala

Chiariamo subito. Esistono i liguri della costa est e quelli della costa ovest. I primi sono dei signori, abitano tra Genova (la superba, in tutti i sensi) e le cinque terre (premio Nobel alla bellezza). In mezzo ci stanno località come Portofino, Sestri Levante e naturalmente Chiavari, dove sono cresciuto io - sono nato giusto dall'altra parte del ponte, a Lavagna, ma sulle tracce di Dante Alighieri, che per dispetto la cancellò dalla sua Commedia, l'ho attraversato ben presto).
Sulla costa ovest ci stanno i liguri più sfigati. Loro hanno le spiagge (noi no), e per questo si devono sorbire milioni di milanesi e torinesi che si fiondano da loro ogni weekend intasandone strade e spiagge. Da noi c'è il turismo vip: Berlusconi ad esempio parcheggiava il suo yacht nel porto di Lavagna e Roberto Vecchioni aveva una casa a Sestri Levante, a cui dedicò anche una canzone quando un bagnino del posto andò a letto con la moglie. Mica stiamo a pettinare le bambole noi.
Ma abbiamo una cosa in comune. Siamo tutti malmostosi. Anche quelli come me e Il Cala che di origine non siamo liguri (vi sembrano cognomi liguri Calandriello e Vites?), ma abbiamo respirato la malmostosità a pieni polmoni appena in fasce. Belìn, quanto siamo permalosi, incazzosi e grebani. Il Cala poi da quando si è messo a scrivere libri è diventato lo scrittore più letto a casa mia. Moglie e figlie che hanno sempre ignorato i miei libri, i suoi se li divorano e ridono un casino. Questo mi fa girare il belino ancora di più, considerando che è pure gobbo.
Però, anche se mi gira il belino, devo ammetterlo: il Cala sa scrivere. Ha fatto ridere anche me.
"I diari della varicella" li ho divorati in mezz'ora (tranqui, non sono molte pagine, adesso non esageriamo).


Me and Il Cala, malmostosi e con borsello scacciafiga


I malmostosi hanno qualcosa in più, hanno un X Factor che gli altri non hanno. Sono realisti. Fin troppo. Si accorgono di cose che gli altri non vedono neanche. Per questo sono sempre così incazzati. Non sono mai soddisfatti e non si accontentano di quello che a tutti gli altri basta per sopravvivere. Noi vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso. Il Cala è così.
Ha uno sguardo che va al fondo, vede tutto, lo digerisce e poi lo descrive con autoironia straordinaria. Nei "Diari della varicella" si tratta della vita di famiglia, con due bambine ("le sorelle catarro" mi fa morire), le piccole fatiche quotidiane del crescerle, la sindrome di Münchhausen che colpisce tutti gli uomini, credersi malati per attirare le attenzioni su di sé e aumentare a dismisura i propri malanni perché in fondo siamo dei cagasotto ("del resto 37,4 è un febbrone da cavallo no?").
"Scusa, Ameri, i diari del calcetto" (pubblicato adesso anche questo su cartaceo e con una parte inedita in più rispetto alla precedente edizione e-book) tocca un argomento più delicato, la passione per il calcio. Il Cala è juventino e avrei già detto tutto. Ma anche qui ironia, simpatia, gusto del bello sono profusi a piene mani. E ci si commuove anche quando racconta del massacro dell'Heysel, vissuto alla televisione ancora da ragazzino e che lo ha segnato. E' la "perdita dell'innocenza" come la chiama lui, e tocca a tutti prima o poi.
In questi due libri ci siamo dentro tutti, è questo che li rende speciali, perché noi non lo sapremmo dire in modo altrettanto onesto e divertente.
Anche se Il Cala quando giocava lo mettevano sempre in porta, come si fa con i più scarsi, quando scrive è tra i migliori. Perché noi liguri siamo malmostosi, ma abbiamo il cuore grande. Anche se non sembra.

(tutti e due i libri Matisklo Edizioni; ovviamente meglio il cartaceo dell'e-book, come sono meglio i vinili dei cd e i cd sono meglio degli mp3)

LETTURE/ 'Il Vangelo secondo Bruce Springsteen': da Flannery O'Connor a Born to Run

LETTURE/ 'Il Vangelo secondo Bruce Springsteen': da Flannery O'Connor a Born to Run : Un libro importante fra i tanti scritti su...