Thursday, August 17, 2017

Can't help falling in love with you

Morire sulla tazza del gabinetto non è esattamente una morte da re. Morire perché da giorni non riesci ad evacuare, e lo sforzo è tale da procurare un arresto cardiaco, rimanendo disteso sul pavimento del bagno per molto tempo perché nessuno si accorge di quello che sta succedendo non è una morte da re. Ma fu questa, così banale, la morte di un re, quello del rock'n'roll, Elvis Presley.

In mano gli resta il libro che stava leggendo, (The Scientifc Search For The Face Of Jesus di Frank Adams). In quei suoi ultimi giorni portava al collo una croce, una stella di davide e una mezza luna islamica. Non si sa mai, scherzava, meglio essere pronti per qualunque Dio ci aspetti. Ginger, la sua fidanzata è a letto, sono circa le otto del mattino ed Elvis non ha chiuso occhio come sempre, ingoiando sonniferi e medicinali vari tutta la notte. Alle 19 di quel 16 agosto ha un aereo che lo aspetta per portarlo a Cleveland dove comincerà un'altra serie infinita di concerti, cosa che lui odia. E' annoiato a morte di quella manfrina che sono diventati i suoi concerti. Tutti uguali, le stesse canzoni, i grandi successi che il suo pubblico, di mezza età anche loro, gli ex ragazzini che lo adoravano negli anni 50 ormai diventati ricchi borghesi della midlle class vogliono sentire. E lui che si deve vestire sempre come un cretino, con tanto di mantello. Perché lui è il re, del rock'n'roll.



Sono circa le due del pomeriggio quando Ginger lo scopre a pancia in giù nel bagno. La corsa in ospedale è inutile: alle 15 e 30 viene dichiarato morto. Accanto a lui c'è il dottor Nick, un medico senza scrupoli (esattamente come quello che lasciò morire Michael Jackson) che lo segue dal 1970, lo ha fatto diventare una discarica chimica. Nel solo ultimo anno di vita, otto mesi, gli ha prescritto diecimila dosi di medicinali: eccitanti per tirarsi su, sonniferi per scendere giù. Elvis aveva problemi di ipertensione, un’arteriosclerosi coronarica, danni al fegato. C'è chi dice che avesse anche problemi al colon ma che avesse rifiutato di farsi operare per vergogna.


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Sunday, July 23, 2017

Rockin' all the way down to Italy

Poteva essere una cantina da qualche parte tra Juarez (ma non era il giorno di Pasqua) e il Rio Grande. Il cortile interno di un vecchio edificio ottocentesco pieno di piante, erbe rampicanti, birra a fiumi e vino bianco ghiacciato. Poteva essere il Texas, poteva essere ed è stata una serata magnifica. Dopo una settimana passata fra ospedali, centri di riabilitazione, a vomitare il sangue che usciva copioso, appena tolto il tappo, dal buco nero della mia esistenza, in mezzo a lutti e a domandarsi perché la musica non può, non sa alla fine, salvare l'anima dei più disperati, come ha detto Springsteen, "la vita non è che una tragedia intervellata da momenti di gloria".
Così è stato l'altra sera a Gallarate, nient'altro che una cantina nascosta tra Varese e Milano, tra Lubbock e Austin, un momento di gloria, da incassare e custodire gelosamente per il resto della nostra tragedia quotidiana, in modo che la vita faccia meno male possibile.


Francesco D'Acri, uno dei pochi cantautori italiani capace con solo una chitarra acustica, di attirare l'attenzione e tenerla desta con un mix di dolcezza (la versione tenerissima con cui ha aperto la serata di Seaf of Heartbreak) e il rock'n'roll furioso di Portami a ballare, ha tenuto fuori ogni tristezza di plastica della canzone d'autore italiana, quell'indie fasullo costruito a tavolino senza coraggio e senza alcun contenuto originale che abbaglia i ragazzi di oggi.
Quando poi sono entrati in scena Luca Rovini e i suoi Companeros, è stata una scossa elettrica di purissimo rock'n'roll che da Tom Petty si ricongiunge a Dough Sahm, Merito dello straordinario chitarrista americano Peter Bonta (ex Nighthawkes, i corrispondenti americani dei Nine Below Zero, la miglior bar band da Washington DC a San Francisco, capace di jammare con chiunque, anche con Gregg Allman come successe una sera di fine anni 70, e poi accompagnatore e produttore di dozzine di grandi nomi, uno per tutti Mary Chapin Carpenter) con il suo tocco ora raffinatissimo che lega tutto insieme, ora con i suoi assoli dall'imprinting country al blues, al rock più rotolante e vibrante. In mezzo una sezione ritmica basso e batteria precisa come un metronomo, mai fuori delle righe, pulsante e capace di alzare e calmare il climax come onde di oceano.
E naturalmente Luca Rovini, autore di ballate cristalline dalla vena melodica classica ma originalissima, che in veste rock'n'roll guadagnano un altro aspetto: sempre puro, sempre onesto, ma così incalzanti da non lasciare prigionieri.


E finalmente si svela quello che in Italia si insegue da decenni sempre sfiorandolo ma mai riuscendoci fino in fondo: può un italiano fare musica rock? Sì, se sono Luca Rovini e questa band. L'inserimento di un musicista americano fa il tasso di differenza, ma le canzoni sono italianissime (niente inglese, please), le storie sono le nostre, cuori spezzati e migranti rifiutati, la voce è rotonda ma incazzata. Il risultato è un mix perfetto che oggi qua da noi non ha paragoni.
Il divertimento e le lacrime si mischiano, tutti i presenti, anche chi venuto a cenare senza sapere chi si sarebbe eseguito o se si sarebbe eseguito qualcuno, si fermano ammutoliti ad ascoltare. Non è il solito bar dove ognuno si fa i cazzi suoi, e un motivo ci sarà. E dopo essersi ammutoliti girano le sedie verso chi sta suonando e non perdono una canzone, si agitano sulle sedie, ballano, si esaltano. Quando mai lo vediamo nella noia dei nostri bar da happy hour da poveracci?
La musica vola in alto, tra blues serrati e magnifiche ballate rock, e adesso siamo davvero a Juarez, and it's Easter time too.
Quando poi Peter Bonta prendeo la chitarra acustica, regalandoci un brano inciso dai Nighthawks nel 1978 e che Nils Lofgren, qualche anno dopo fece sentire a Rod Stewart che decise immediatamente di inciderlo l'anello è completo. Non siamo più americani, non siamo più italiani, siamo gente di musica, e per questo benedetti in ogni angolo del globo.
E ieri sera giuro che ho visto ridere contento sotto i baffi l'unica persona che tutti aspettavamo giungere da un momento all'altro: era lì, appoggiato al muro insieme a Townes Van Zandt, Guy Clark, Rick Danko. Perché questo era quello il posto dove bisognava esserci. Insieme all'ultimo hobo, Carlo Carlini, Dio lo benedica, a cui Rovini ha dedicato l'omonima canzone da lui scritta.
La musica è un momento di gloria in mezzo a una tragedia, ma fino a quando ci saranno gente come D'Acri e Rovini in giro da qualche parte, io ci sarò. Ho bisogno di serate di gloria. Chi invece nella stessa serata invece ha preferito andare altrove, buon per lui. Ci ha perso soltanto lui.

Sunday, June 25, 2017

Canzoni della buona speranza

E ci sono state le lacrime e c’è stata una stella cadente che ha attraversato il cielo aprendosi in due. E ci sono state preghiere e c’è stata consolazione e redenzione. C’è stato che solo ieri sera mi sono accorto che hai due anni soltanto meno di me (portati solo un filo meglio…) e allora solo ieri sera ho capito una cosa di cui non mi ero mai accorto, ho capito cosa mi aveva sempre dato fastidio, impaurito, allontanato da te. Che siamo della stessa generazione io, te, Kurt, Chris, ma mi facevate troppa paura, per cui me ne stavo alla larga. Usavo la scusa dei gusti musicali, ma in fondo ero morbosamente attratto da voi e dal vostro male. Perché era lo stesso mio male. Generazione X senza saperlo, figli di un boom economico falso, violento, spacca famiglie. Ognuno di noi cresciuto in quegli anni 60 è stato lasciato solo. Certo che tu o Kurt avete passato una adolescenza peggio della mia, che pure è stata devastante. E allora ieri sera ho capito che la nostra strada si è finalmente incrociata e ti ho riconosciuto. “Aveva un diavolo su una spalla e uno sull’altra, che le dicevamo, fuma, bevi, sniffa, scopa. Io avevo un diavolo che mi diceva solo fuma, bevi, bevi e fuma. Poi un giorno a Milano ho incontrato un angelo che mi ha detto: amami”. E la tua vita è cambiata, perché noi abbiamo sempre solo avuto bisogno di qualcuno che ci amasse, mendicanti dell’amore, mendicanti di una mano tesa.
Allora la bottiglia di vino stasera è solo una scusa per fare un sorso e brindare “A questo santo patrono della vostra città che non ho mai sentito nominare” e poi anche un sorso di birra e un “vaffanculo” come dire: ma sì stasera è festa grande e fatemi fare lo stupido. Non come tre anni fa che eri sempre attaccato alla bottiglia. Solo un sorso di vino e birra.
Si capisce dal primo istante quando ti si illuminano gli occhi: “E’ la prima volta che suono da solo davanti a tante gente (50mila persone)… Solo in Italia succedono queste cose…”. E si capisce che sarà una serata speciale, diversa da ogni altra.
E ci sono state le lacrime quando alla fine di Black continuavi a ripetere al tuo amico Chris Cornell “come back come back” fino a quando la voce ti si è spezzata in un singhiozzo e gli occhi colmi di lacrime. E c’è stata una meraviglia quando alla fine di Imagine, per una volta apparsa non come la banalità buonista spazzatura come è stata ridotta, ma come un desiderio davvero sincero in questi tempi che ci ammazzano i figli ai concerti quando una stella cadente ha attraversato il cielo e si è spezzata in due punte di fuoco, una per Chris e una per John. E una per tutti noi, che davvero possa arrivare la pace. “Io sono uno, voi siete tanti, ma siamo tutti insieme tutti una cosa sola”. E’ stato un segno, lanciato da Qualcuno lassù che è sembrato dire: la strada è questa, the long road”, mandando la sua benedizione.
“Stasera c’è la luna crescente, ma non si vede, però c’è. E’ come Dio: c’è ma non si vede... forse”. Perché hai voluto condividere tanta intimità con noi?
Da solo con una chitarra elettrica strapazzata alla morte per le più feroci canzoni del tuo gruppo (e quello sguardo, anche se hai fatto pace con il tuo demone del fumo e del vino, sempre allucinato, lo sguardo di un killer, lo sguardo dell’allucinazione, che riemerge ogni volta che canti una di quelle canzoni scritte nella disperazione della nostra generazione, fa ancora paura), con l’acustica per pagare pegno ai nostri maestri, da “Uncle Neil” a Cat Stevens ai Pink Floyd (maltrattta ugualmente...)
Insieme a un busker di Dublino, alla fine, a cantare insieme “society have mercy on me if I disagree…”, abbiate di pietà di chi non riesce a tenere il passo di questa società della follia e della morte, due mondi diversi che si mischiano. Lui un busker dell’amore implorato, e della misericordia, tu un busker punk, ma come cazzo siete uguali mentre spaccate ogni corda delle vostre chitarre.



E che sei un uomo umile, un uomo buono, lo si capisce quando, a differenza di tutti i tuoi colleghi, per il momento climax della serata in cui scendi in mezzo al pubblico invece di cantare una canzone tua ne fai una di Glen Hansard, la canzone della buona speranza, come un augurio, come un abbraccio: “And I know where you've been
It's really left you in doubt
Of ever finding a harbor
Of figuring this out

And you're gonna need
All the help you can get
So lift up your arms now
And reach for it
And reach for it”


Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile, alza le tue braccia e raggiungilo: condividere è il segreto, unire invece che dividere, abbracciare invece che scansarsi, accettare il nostro limite e andare avanti giorno per giorno, che tutto è una benedizione.
Così la nostra generazione troverà pace. Grazie dell’insegnamento, forse risparmierò qualche soldo in psicanalisi. Grazie dell’amore. Grazie delle lacrime. E grazie della musica. Perché ci vuole il rock'n'roll per tenerci la mente sana e lontana dal dolore e dalla paura che avremo sempre dentro di noi, e allora vai di mulinello alla Pete Townshend e poi salya, salta sugli amplificatori. Ma va bene anche l’ukulele.


Wednesday, June 07, 2017

“Canta, o Musa, e attraverso me narra la storia”

"Highbrow, lowbrow, chasing illusion, chasing death, the great white whale, white as polar bear, white as a white man, the emperor, the nemesis, the embodiment of evil. The demented captain who actually lost his leg years ago trying to attack Moby with a knife…".

La voce di Bob Dylan scorre profonda e melodiosa, con un ritmo incalzante e cadenzato, con battiti precisi, come se stesse leggendo una poesia e non un discorso. La sua voce è così: è ritmo, è musica, è il vecchio schiavo fuori della capanna dello Zio Tom che intona il blues senza accompagnamento strumentale, è l'ebreo errante che legge i salmi nelle sinagoghe di tutto il mondo, è il soldato sudista lacero e sconfitto dopo la guerra civile, è Omero che recita l'Odissea, è il contadino hillbilly seduto tra le rovine della sua fattoria al tempo della grande depressione.



L'abbiamo sentita, la voce di Bob Dylan, cantare le sue canzoni, canzoni che spesso sono "raccontate" più che cantate. Questa è la sua voce, che canti o che parli. Una voce mistica, vecchia come è vecchio il mondo. Provate a metterci sotto una base ritmica elettronica, sentirete l'unico vero rapper al mondo che declama e non ferisce le orecchie andando fuori tempo. D'altro canto il primo brano autenticamente hip hop lo scrisse lui, un bianco del Minnesota, nel 1965, Subterranean Homesick Blues. La sua voce è rock'n'roll allo stato puro, ma è anche William Shakespeare che legge passi dell'Amleto ai suoi attori.

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Monday, April 24, 2017

Glory Days

Happy days well they'll pass you by
Happy days in the wink of a young girl'eyes


Negli anni 70 avevamo: Le strade di San Francisco (con un giovanissimo Michael Douglas e il celeberrimo Karl Malden, l'attore che impersonava il sacerdote nel capolavoro Fronte del porto e che aveva vinto un Oscar due anni prima interpretando sempre con Marlon Brano Un tram chiamato Desiderio); Starsky & Hutch (anche se in realtà in Italia cominciò a essere trasmesso nel 1979) e Happy Days.

Se il primo era già per un pubblico un po' più adulto, le immagini di San Francisco furono comunque abbastanza per farci cominciare a sognare l'America, mentre il secondo ci faceva rimpiangere un'America già passata di moda, quella dei pantaloni zampa di elefante, e quella Los Angeles ci appariva contemporaneamente un mondo troppo lontano dalla nostra realtà provinciale italiana. Ma Paul Glaser e David Soul erano davvero fighi, così fuori dalle righe, da farceli sognare.



Con Happy Days invece, benché si svolgesse in un'America lontanissima e inimmaginabile, quella dei primissimi anni 60, c'eravamo dentro tutti. Andata in onda per la prima volta in America nel 1974, nel pieno del revival per quei tempi innocenti e pieni di speranza riportati alla ribalta dal film capolavoro American Graffiti uscito l'anno prima e in cui recitava anche Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days, era il naturale prosieguo di quel film.

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Friday, April 14, 2017

Love & Hate

When you're lost in the rain in Juarez when it's Easter time, too and your gravity fails and negativity don't pull you through


Dove c'è amore c'è odio, dove c'è ammirazione, c'è antagonismo, dove c'è fiducia c'è sospetto. Amore e odio sono la consistenza del nostro io e del modo in cui conosciamo e apprendiamo il mondo. Sono indipendenti, ma solo nel senso che non puoi avere l'uno senza l'altro, ma anche perché uno nutre l'altro. Il modo in cui amiamo qualcuno dipende da come lo odiamo e viceversa. Questa modalità fa parte di noi fino dentro a ogni singola cellula del nostro corpo. Questo vale anche per il modo in cui guardiamo e sentiamo noi stessi: ci amiamo e ci odiamo. In questo modo noi osserviamo, calcoliamo e respiriamo. La gran parte del nostro tempo la spendiamo a criticare noi stessi e gli altri.


Ci facciamo un male incommensurabile, ci mutiliamo e godiamo a vederci sanguinare in modo tale che non possiamo neppure immaginare una vita diversa. Così ogni mattina quando ci svegliamo aspettiamo la nostra dose quotidiana di insoddisfazione, ogni giorno non sarà mai quello che vorremmo che fosse, perché lo abbiamo già deciso noi. Ci rassegniamo, nella nostra viltà, a sprofondare con godimento nella rassegnazione di un cinismo senza sbocchi e senza fine. In questo modo passeremo la vita a punirci, perché è quello che ci rende corazzati, vittime supreme, indelebili a qualunque proposta la vita ci faccia. E dopo? L'autodistruzione. Felicità, infelicità, e la prigione che ci siamo imposti. Null'altro conta. Di una cosa sola era certo: la sua propria inadeguatezza.
Chiuso il libro, appoggiato sul comodino, messi via gli occhiali, spenta la luce, chiuse gli occhi. Mentre i fantasmi come ogni sera si radunavano attorno al suo letto.

Can't help falling in love with you

Morire sulla tazza del gabinetto non è esattamente una morte da re. Morire perché da giorni non riesci ad evacuare, e lo sforzo è tale da pr...